Sentire la festa da lontano

Bianca Trevisan

“è bello sentire la festa da lontano”, mi dice Pierluigi Fresia (Pino Torinese, 1962) quando ci incontriamo a Milano in un ancora caldo pomeriggio d’autunno[1]. Questa frase, pronunciata da lui, artista e fotografo che dietro lo sguardo azzurro nasconde una mistione di timidezza, sensibilità e acume, entra in risonanza con il suo lavoro, offrendone una possibile chiave di lettura. La sua poetica è fatta di non detto, di non visibile: si situa nella zona liminale tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, rimanendo lì, eternamente sospesa.

La storia di Fresia è una storia di costante ricerca e aspirazione all’inafferrabile. L’arte si presenta come necessaria sin dall’infanzia, quando, in campagna, passa ore e ore a disegnare in solitudine. Il talento precoce gli permette di partecipare già da bambino ad alcune mostre: gli pare subito il miglior modo per “creare una connessione con gli altri”, mi spiega, “la possibilità di entrare in contatto con gli altri artisti mi salvava”, scrivendo anche lettere ad alcuni di loro, come Marco Gastini o Adriano Parisot.

Una volta adulto, inizia la sua produzione come pittore, ma ben presto il mezzo pittorico, da solo, si rivela insufficiente. E allora la scrittura: “l’insoddisfazione del risultato, è stata lei a farmi aggiungere la parola”, mi spiega tornando a quegli anni, ma riferendosi a ciò che anima la sua arte anche oggi. Dapprima l’elemento verbale compare solo nei titoli delle opere, poi all’interno del dipinto stesso. Come individua Viana Conti, in questo tipo di lavori Fresia si propone di “rappresentare un doppio irrappresentabile”, ovvero “dipingere l’indecidibile della pittura, scrivere l’indecidibile della scrittura”[2]. Anche gli oli, come poi le fotografie, ritraggono paesaggi sospesi, talvolta animali o cose, evitando sempre la figura umana. Su uno di questi, leggiamo: Già negare la parola è rumore ne parlo e mi allontano.

Negazione e allontanamento. Se è vero che “è bello vedere la festa da lontano”, questa posizione decentrata permette di vedere meglio, di planare sulle cose. Un decentramento nello spazio, ma anche nel tempo: Fresia nell’arte, come nella vita, osserva defilato, congelando nelle sue opere l’attimo in cui qualcosa potrebbe accadere: …se qualcosa accade, così intitola una sua mostra nel 2003[3]. L’osservazione dell’attimo nella sua potenzialità significa “puntare verso l’infinito”, mi racconta, fermando un presente che “ci sfugge come sabbia fra le mani”.

Va da sé il passaggio al mezzo fotografico, che contiene al suo interno la consapevolezza della fuggevolezza della vita, attraverso quello che Roland Barthes ha chiamato lo Spectrum della fotografia, ovvero “quella cosa vagamente spaventosa che c’è in ogni fotografia: il ritorno del morto”[4]. La fotografia ci restituisce un attimo congelato, passato, per questo spettrale, e ci pone davanti all’ineluttabile interrogativo: “Per quanto tempo puoi stare in quello spazio che ti è permesso di occupare?”[5].

Paesaggi quindi che l’autore ha vissuto, che non gli appartengono più, ma che restano in lui come traccia. In questa insufficienza della fotografia si inseriscono le parole, “sentinelle che ci mettono in guardia dall’oblio nel quale le cose, gli attimi e le immagini sono destinati a scomparire”[6]. Ma, come ricorda Derrida, anche la parola, e dunque il linguaggio, si muove sulle tracce dell’Essere, richiamando qualcosa di originario: un’eco, e nulla più, perché il Logos, la realtà delle cose, può essere solo supposta, ma non ci apparterrà mai[7].

Fresia è ben conscio di tale impossibilità: “la mia insofferenza è verso l’univocità, verso un modo unico di approcciare il senso, la verità delle cose”. Il legame tra significato e significante è spezzato: il segno non è stabile, non è univoco, né definitivo. Ecco perché le parole, nelle sue opere, paiono slegate dall’immagine, al fine di creare un “cortocircuito cognitivo” nello spettatore. Ad esempio, nel dittico dimmi se suda la fronte del tempo, del 2006, al paesaggio innevato è giustapposta la scritta (corrispondente al titolo) che contraddice, nel riferimento al sudore, la glacialità dell’immagine. Il “cortocircuito” è giocato nell’ossimoro: l’accostamento stridente, non essendo scontato – ciò che lo spettatore/lettore si aspetterebbe – catalizza una rinnovata attenzione sull’immagine e sulle parole. Sulla neve compaiono solo alcune tracce di pneumatici, che saranno presto cancellate dal minimo cambiamento atmosferico: l’Essere, ovvero la macchina che ha lasciato quelle orme, e quindi la persona che la guidava, è inafferrabile. Ancora una volta, la realtà è solo traccia: può essere soltanto supposta, nulla più, in un tempo minimo, come il titolo di una sua personale di vent’anni fa[8].

All’origine della ricerca di Fresia è il turbamento come tensione verso l’ulteriore e l’invisibile, insieme alla consapevolezza della loro inconoscibilità. L’insufficienza del linguaggio porta l’artista a compiere un’ulteriore sottrazione: nelle opere più recenti, la parola viene sostituita da “segni di passaggio”, come li chiama lui: non più parole, ma graffi, oppure note testuali con rimandi a piè di pagina che non ne colmano il senso (come in Ibidem, 2018).

Nella serie Und Tabu (2017) sfregi, cancellature e desaturazioni sono giustapposte a paesaggi ed elementi naturali e architettonici enigmatici. L’impossibilità della parola è evidente sin dal titolo in Afasia (2018): una bestia chinata – forse è morta? – nella nebbia, un mazzo di ortensie appassite in un vaso che rievoca anche una colonna classica. Questi elementi sono evocativi e ambigui al tempo stesso: il richiamo ad un contesto bucolico, potenzialmente idilliaco, è contraddetto dai toni freddi e dall’atmosfera di morte. In più, sulla bestia compaiono delle sgraffiature, segni di cancellatura, mentre sotto ai fiori una croce a x, ricordando allo spettatore la caducità dell’esistenza. Se la negazione – di un essere, di un permanere – era già dichiarata in una mostra come NON così tanto da fuggire NON così poco da restare[9], ora va oltre: “non tutto è comunicabile con il verbo, è necessario tornare ai sensi”.

Graffiare la fotografia significa anche dichiarare la propria insoddisfazione verso di essa: come la parola, anche lo scatto è un elemento puntiforme nel tempo, e per questo inesorabilmente insufficiente. La fotografia è insufficiente alla vita. Nel mito di Orfeo ed Euridice, lui, impaziente, non riesce a raggiungere le porte dell’Ade senza voltarsi indietro a guardare l’amata: infrangendo la promessa del noli respicere, consegna Euridice alle Tenebre per l’eternità. Allo stesso modo, la fotografia distrugge l’attimo che stiamo vivendo: lo uccide, per guardarlo. Our Brief Eternity[10], un’eternità breve – ancora un ossimoro – e negata dalla pretesa di immortalarla.

Cosa resta, in tutto ciò? La speranza ostinata che esista qualcosa di consolatorio, al-di-là di questa vita, unita alla consapevolezza della sua impossibilità. Un punto fisso nella sua carriera è, mi dice Fresia, La voce di Dio, installazione alla Galleria di Liliana Martano[11], quando la sua produzione era ancora prevalentemente pittorica. Questi gli elementi: una croce di legno, un amplificatore acceso, un fruscio indistinto. In questa interrogazione della Croce è racchiusa la ragione più profonda della sua poetica: l’ostinata ricerca di senso come condizione esistenziale, unita all’umile consapevolezza della sua impossibilità. Sentire la festa da lontano, perdersi in un paesaggio nebbioso, alzare gli occhi verso l’infinito: tendere all’irraggiungibile. Forse la vita è lì, incastrata in questa insufficienza, fuori fuoco, fragile, ma reale.


[1] Tutte le affermazioni dell’artista in questo testo, laddove non indicato diversamente, sono state raccolte durante una nostra conversazione del 23 ottobre 2018.

[2] V. Conti, Rappresentare un doppio irrappresentabile, in E. Debandi (a cura di), Pierluigi Fresia. La morte non fa male, catalogo della mostra, Galleria Catartica Arte Contemporanea, Torino 2006, pp. 5-7, p. 5.

[3] Galleria Martano, Torino, 2003.

[4] R. Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, trad. it. Einaudi, Torino 1980, p. 11.

[5] Sempre dalla conversazione con l’autore, 23 ottobre 2018.

[6] F. Tedeschi (a cura di), Pierluigi Fresia. Stasera la luce è cambiata, catalogo della mostra, Galleria Martano, Torino 2010, p. 24.

[7] Sul concetto di traccia si veda J. Derrida, Della grammatologia (1967), trad. it. Jaca Book, Milano 1969, pp. 78-83.

[8] Alla Galleria Martano di Torino nel 1998. Si veda il catalogo M.T. Roberto (a cura di), Tempominimo, catalogo della mostra, Galleria Martano, Torino 1998.

[9] Galleria Studio G7, Spazio Ex-Falegnameria, Bologna 2008.

[10] Pierluigi Fresia, mostra alla Galleria Milano, Milano 2009, a cura di Francesco Tedeschi.

[11] In occasione di Crossover I, Galleria Martano, Torino 1995.

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