Parola d’Artista is with Pierluigi Fresia

Ciao PAURA 1994
Ciao PAURA, 1994

Gabriele Landi: Ciao Pierluigi, prendiamola larga, in che anni hai cominciato a fare l’artista e che lavori facevi?
Pierluigi Fresia: Caro Gabriele, Intanto ti dico che è molto bello questo dialogo un po’ a puntate a distanza e senza fretta, così da riflettere bene su quel che dico…e sperando di non dire sciocchezze!!
Non saprei dirti quando ho iniziato precisamente, da bambino amavo disegnare, disegnare e ancora disegnare, era quasi un’ inspiegabile ossessione, quand’ero a letto malato mia mamma mi comprava in cartoleria album bianchi al posto dei soliti fumetti, album che finivano in poche ore coperti di disegni: paesaggi, visi animali, parti di corpi umani e altro; poi ho iniziato a dipingere e, lentamente, intorno ai 16-18 anni, a capire che quella “COSA” che sentivo si chiamava o almeno poteva essere, arte, e che io la utilizzavo, dato che in altri modi mi sentivo goffo, per comunicare, per dialogare, dire che esistevo e non avere paura… sì, direi proprio che sono quelli gli anni nei quali è maturata la consapevolezza di essere artista, anche se non se ne è mai davvero certi del tutto … c’è sempre un retrogusto di colpa anche ora a 57 anni. Dipingevo a olio e acrilico, una pittura sempre veloce, rapida, l’arte come dialogo non permette pause, ripensamenti e tentennamenti…se ritenevo di avere sbagliato cancellavo e a volte distruggevo per ripartire da zero.
Gabriele Landi: Tu vivi a Torino, sicuramente la città che con i suoi artisti ha contribuito maggiormente a definire una certa idea di arte. Questo clima ha in qualche modo influito sulla tua formazione?
Pierluigi Fresia: Sono arrivato a Torino nel 1984, prima vivevo in campagna in provincia di Asti; Torino era ancora impregnata di Arte Povera, lo si vedeva anche in molti lavori di giovani della mia generazione: molte installazioni, molti epigoni di quel movimento ma senza gli ingredienti culturali e politici che erano alla base dell’arte povera.
MA.. c’è un MA che in quegli anni faceva di Torino qualcosa di altro, alcuni giovani artisti intrapresero una strada che prendeva energia da quei movimenti socioculturali giovanili nati, nel bene e nel male, intorno al 77, spazzando e spezzando ogni legame con l’onda lunga del 68, parlo di: Bruno Zanichelli, Pierluigi Pusole, Enrico De Paris, Daniele Galliano ecc… quella che si chiamò allora “Scuola di Torino” e più tardi “Medialismo” che in principio ruotò intorno al quel grande gallerista che fu Guido Carbone.
E io?
Io in tutto questo me ne stavo in disparte ad osservare, dipingevo, scrivevo e osservavo tutto quello che mi circondava e accadeva, feci alcune mostre trascurabili ma necessarie a farmi capire meglio cosa facessi e cosa volessi dal mio lavoro. Iniziavo a capire che il tempo era un ingrediente fondamentale in ciò che facevo.

The VOICE 1995
The VOICE, 1995

Gabriele Landi: Gli artisti di cui parli fanno un lavoro generalmente caratterizzato da una pittura figurativa e da una forma di narrazione di racconto. Tu che tipo di lavori facevi all’epoca?
Pierluigi Fresia: Sì, hai perfettamente ragione ma era importante sottolineare che qualcosa di diverso accadeva al di là e forse per reazione all’Arte Povera.
I lavori che in quel periodo facevo erano, dopo una breve fase pittorica, per la gran parte installazioni, facevo produrre strutture che poi disponevo nello spazio, strutture nelle quali era assai importante lo spazio interno ad esse quanto quello esterno, in alcuni casi erano quasi contenitori, e in questi incunaboli inserivo carte dipinte o disegnate che, essendo all’interno, risultavano perfettamente invisibili. Diciamo che era un tipo di lavoro propedeutico a quello che sarebbe avvenuto dopo nel mio percorso, non li rinnego come non rinnego gli esercizi di grammatica necessari e precedenti la scrittura. Dopo è tornata la pittura.
Gabriele Landi : In che modo?
Pierluigi Fresia: La pittura si è ripresentata in modo repentino verso la metà degli anni 90 o giù di lì…
Mi sono trovato a dipingere, a dipingere senza sosta, per parecchi mesi direi, era un’urgenza come si dice in questi casi; io penso che fosse l’inizio di quel viaggio verso la verità che mi ossessionanava e ossessiona.
La verità come punto zero dell’esistenza, quel punto tra essere e non essere tra prima e dopo, un territorio pervaso dalla vertigine proprio perchè umanamente inconcepibile, fisicamnete e mentalmente insopportabile, però… però immaginabile e per questo meravigliosamente doloroso.
Quella patria che non abbiamo mai abitato ma che per assurdo ci manca in modo travolgente, causando/motivando il nostro cammino ininterrotto nel tempo.
Gabriele Landi: E la fotografia vedendo quello che scrivi si è manifestata come una logica conseguenza?
Pierluigi Fresia: La fotografia è certamente legata ad una certa idea di verità, di testimonianza, quell’idea del tutto errata che nasce proprio dal suo essere attraversata e impressa da ciò che più crediamo sia il vero, cioè la visione, l’immagine del circostante che ci travolge ogni volta che osserviamo e inonda l’obbiettivo. Ma è l’errore che il mezzo fotografico ha nel suo essere, quel peccato originale che si traveste da virtù e che molti vedono come tale, che ha fatto sì io scegliessi di utilizzarla, la coscienza della sua fallibilità.
Gabriele Landi: Su che cosa stai lavorando adesso?
Pierluigi Fresia: Dalla tua penultima domanda a quest’ultima è successo qualcosa, è scoppiata la pandemia del COVID-19 e non è una cosa da poco per nessuno visti i risvolti drammatici che ogni giorno abbiamo sotto gli occhi, più nel piccolo anche per gli artisti e io tra loro qualcosa è cambiato, siamo costretti a questa clausura della quale non si vede la fine, con tutto quello che ne consegue, vengono meno i contatti, gli incontri veri e non via chat o mail. Penso che qualcosa cambierà per sempre.
Io ho la fortuna di avere lo studio a casa e questa è già una situazione di privilegio, me ne rendo conto.
Lavoro quasi ogni giorno, mi sono trovato più di quanto non facessi prima a scavare negli archivi che conservo, in quella massa di immagini che chissà perché erano finite su un binario morto, a domandarmi dove stesse la falla e se quest’ultima era in loro o in me stesso, chissà; contemporaneamente continuo il mio lavoro sulle blackboards, su quel fotografare e distruggere subito dopo lo scatto il soggetto ripreso che sta alla base di questo cammino chissà quanto lungo.
Come direbbe Iggy Pop mi sento ” …..The one who searches and destroys”

HYPERION 1996
HYPERION, 1996

Pierluigi Fresia (Asti, 1962) vive e lavora nel Torinese. Sempre riconducile al concettuale, la sua ricerca ha impiegato diversi media: la pittura, e successivamente il video e la fotografia (talvolta in chiave multimediale), includendo spesso l’uso della parola. Ha avuto numerose mostre personali, tra le altre a Torino alla Galleria Martano, Milano alla Galleria Milano, Genova alla Vision QuesT 4rosso, a Bologna alla Galleria Studio G7.

Opere di Pierluigi Fresia sono state presentate in diverse fiere internazionali d’arte contemporanea: ARCO di Madrid, Artissima a Torino, ARTEFIERA di Bologna, ARTEVERONA, MIA e MIART a Milano, FOTOGRAFIA EUROPEA (2010 e 2015) a Reggio Emilia, PHOTO BIENNALE Daegu (Corea), inoltre sue opere sono state esposte in diverse mostre collettive e personali in spazi istituzionali pubblici e in gallerie private altre fanno parte di diverse collezioni d’arte contemporanea sia private che di fondazioni e musei, tra gli altri il MART di Rovereto, la GAM di Torino, MET New York.

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